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What part will your country play in World War III?

 

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What part will your country play in World War III?

By Larry Romanoff

The true origins of the two World Wars have been deleted from all our history books and replaced with mythology. Neither War was started (or desired) by Germany, but both at the instigation of a group of European Zionist Jews with the stated intent of the total destruction of Germany. The documentation is overwhelming and the evidence undeniable. (1) (2) (3) (4) (5) (6) (7) (8) (9) (10) (11)

That history is being repeated today in a mass grooming of the Western world’s people (especially Americans) in preparation for World War IIIwhich I believe is now imminent

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Tuesday, September 21, 2021

IT -- Manlio Dinucci -- L'Arte della guerra -- Joe Biden apprendista stregone nucleare

  


L’Arte della guerra 

Joe Biden apprendista stregone nucleare 


Manlio Dinucci

 

Il presidente Biden ha annunciato la nascita dell’Aukus, partenariato strategico-militare tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia, con «l'imperativo di assicurare la pace e stabilità a lungo termine nell'Indo-Pacifico», la regione che nella geopolitica di Washington si estende dalla costa occidentale degli Usa a quella dell’India.  Scopo di questa «missione strategica» è «affrontare insieme le minacce del 21° secolo come abbiamo fatto nel 20° secolo». Chiaro il riferimento alla Cina e alla Russia. Per «difendersi contro le minacce in rapida evoluzione», l’Aukus vara un «progetto chiave»: Stati Uniti e Gran Bretagna aiuteranno l’Australia ad acquisire «sottomarini a propulsione nucleare, armati convenzionalmente».

La prima reazione all’annuncio del progetto dell’Aukus è stata quella della Francia: essa perde in tal modo in contratto da 90 miliardi di dollari, stipulato con l’Australia, per la fornitura di 12 sottomarini da attacco Barracuda a propulsione convenzionale. Parigi, accusando di essere stata pugnalata alle spalle, ha ritirato gli ambasciatori dagli Usa e dall’Australia. Sul contenzioso tra Parigi e Washington si è focalizzata l’attenzione politico-mediatica, lasciando in ombra le implicazioni del progetto Aukus.

Anzitutto non è credibile che Stati Uniti e Gran Bretagna forniscano all’Australia le tecnologie più avanzate per costruire almeno 8 sottomarini nucleari di ultima generazione, con un costo unitario di circa 10 miliardi di dollari, per dotarli solo di armamenti convenzionali (non-nucleari). È come se fornissero all’Australia portaerei impossibilitate a imbarcare aerei.  In realtà i sottomarini avranno tubi di lancio adatti sia a missili non-nucleari che a missili nucleari. Il primo ministro Morrison ha già annunciato che l’Australia acquisirà rapidamente, tramite gli Usa, «capacità di attacco a lungo raggio» con missili Tomahawk e missili ipersonici, armabili di testate sia convenzionali che nucleari.

Sicuramente i sottomarini australiani saranno in grado di lanciare anche missili balistici Usa Trident D5, di cui sono armati i sottomarini statunitensi e britannici. Il Trident D5 ha un raggio di 12.000 km e può trasportare fino a 14 testate termonucleari indipendenti: W76 da 100 kt o W88 da 475 kt. Il sottomarino da attacco nucleare Columbia, la cui costruzione è iniziata nel 2019, ha 16 tubi di lancio per i Trident D5, per cui ha la capacità di lanciare oltre 200 testate nucleari in grado di distruggere altrettanti obiettivi (basi, porti, città e altri).  

Su questo sfondo, appare chiaro che Washington ha tagliato fuori Parigi dalla fornitura dei sottomarini all’Australia non semplicemente a scopo economico (favorire le proprie industrie belliche), ma a scopo strategico: passare a una nuova fase della escalation militare contro la Cina e la Russia nell’«Indo-Pacifico», mantenendo il comando assoluto dell’operazione. Cancellata la fornitura dei sottomarini francesi a propulsione convenzionale, obsoleti per tale strategia, Washington ha avviato quella che l’Ican-Australia denuncia come «l’accresciuta nuclearizzazione della capacità militare dell’Australia». Una volta operativi, i sottomarini nucleari australiani saranno di fatto inseriti nella catena di comando Usa, che ne deciderà l’impiego.  Questi sottomarini, di cui nessuno potrà controllare il reale armamento, avvicinandosi in profondità e silenziosamente alle coste della Cina, e anche a quelle della Russia, potrebbero colpire in pochi minuti i principali obiettivi in questi paesi con una capacità distruttiva pari a oltre 20 mila bombe di Hiroshima.

È facilmente prevedibile quale sarà la prima conseguenza. La Cina, che secondo il Sipri possiede 350 testate nucleari in confronto alle 5.550 degli Usa, accelererà lo sviluppo quantitativo e qualitativo delle proprie forze nucleari. Il potenziale economico e tecnologico che possiede le permette di dotarsi di forze nucleari equiparabili a quelle di Usa e Russia. Merito dell’apprendista stregone Biden che, mentre avvia il «progetto chiave» dei sottomarini nucleari all’Australia, esalta «la leadership di lunga data degli Stati Uniti nella non proliferazione globale».  

Manlio Dinucci

il manifesto, 21 settembre 2021

Tuesday, July 27, 2021

IT -- Manlio Dinucci -- L'arte della Guerra -- Perché la Germania ha vinto e l’Italia ha perso

  

 

Perché la Germania ha vinto e l’Italia ha perso

L’arte della guerra. La rubrica settimanale a cura di Manlio Dinucci


Manlio Dinucci

EDIZIONE DEL27.07.2021

PUBBLICATO26.7.2021, 23:59

La cancelliera tedesca Merkel – scrive Alberto Negri (il manifesto, 23 luglio) – ha resistito alle pressioni di tre amministrazioni Usa – Obama, Trump e Biden – perché cancellasse il North Stream 2, il gasdotto che affianca il North Stream inaugurato dieci anni fa, raddoppiando la fornitura di gas russo alla Germania.

È invece «fallito il South Stream, il gasdotto di Eni-Gazprom». Conclude giustamente Negri che la Merkel «ha vinto la partita che noi abbiamo perso». Sorge spontanea la domanda: perché la Germania ha vinto e l’Italia ha perso?

Significativo il titolo del Washington Post: «Usa e Germania raggiungono un accordo sulla pipeline del gas russo, ponendo fine alla disputa tra alleati». L’accordo, stipulato dal presidente Biden con la cancelliera Merkel, è stato ed è fortemente osteggiato da uno schieramento bipartisan del Congresso, capeggiato dal senatore repubblicano J. Risch che propone una legge contro «il maligno progetto russo».

Quindi l’accordo è in effetti una «tregua» (come la definisce Negri). La ragione per cui l’amministrazione Biden ha deciso di stipularlo è mettere fine alla «disputa» che incrinava i rapporti con la Germania, importante alleato Nato. Questa ha dovuto però pagare il «pizzo» al boss Usa, impegnandosi– come ha richiesto la sottosegretaria di Stato Victoria Nuland – a «proteggere l’Ucraina» (di fatto già nella Nato) con un fondo di investimento di 1 miliardo di dollari che la risarcisca per i diminuiti introiti, dato che i due gasdotti gemelli North Stream passano dal Mar Baltico aggirando il suo territorio. Come contropartita la Germania ha, almeno per ora, il permesso Usa a importare dalla Russia 55 miliardi di metri cubi annui di gas naturale.

Il gasdotto è gestito dal consorzio internazionale Nord Stream AG, costituito da 5 società: la russa Gazprom, le tedesche Wintershall e Pegi/E.On, l’olandese Nederland’s Gasunie e la francese Engie. La Germania diviene così l’hub energetico per lo smistamento del gas russo nella rete europea.

Lo stesso ruolo avrebbe potuto assumere l’Italia con il gasdotto South Stream. Il progetto era nato nel 2006, durante il governo Prodi Il, con l’accordo stipulato da Eni e Gazprom. Il gasdotto avrebbe attraversato il Mar Nero (in acque territoriali russe, bulgare e turche) proseguendo via terra attraverso Bulgaria, Serbia, Ungheria, Slovenia e Italia fino a Tarvisio (Udine). Da qui il gas sarebbe stato smistato nella rete europea.

La costruzione della pipeline era iniziata nel 2012. Nel marzo 2014 la Saipem (Eni) si aggiudicava un primo contratto da 2 miliardi di euro per la costruzione del tratto sottomarino. Nel frattempo però, mentre con il putsch di Piazza Maidan precipitava la crisi ucraina, l’amministrazione Obama, di concerto con la Commissione Europea, si muoveva per affossare il South Stream. Nel giugno 2014 arrivava a Sofia una delegazione del Senato Usa, capeggiata da John McCain, che trasmetteva al governo bulgaro gli ordini di Washington. Subito questo annunciava il blocco dei lavori del South Stream, in cui la Gazprom aveva già investito 4,5 miliardi di dollari. In tal modo l’Italia perdeva non solo contratti per miliardi di euro, ma la possibilità di avere sul proprio territorio l’hub di smistamento del gas russo in Europa, da cui sarebbero derivati forti introiti e incremento di posti di lavoro.

Perché l’Italia ha perso tutto questo? Perché il governo Renzi (in carica dal 2014 al 2016) e il Parlamento hanno accettato a testa china l’imposizione di Washington.

La Germania della Merkel, al contrario, si è opposta. Ha quindi aperto la «disputa tra alleati» che ha costretto Washington ad accettare il raddoppio del North Stream, pur mantenendo gli Usa la pretesa di decidere da quali paesi l’Europa può importare o no gas naturale. Un governo italiano oserebbe aprire una disputa con Washington per difendere un nostro interesse nazionale? Il fatto è che l’Italia ha perso non solo il gasdotto, ma la propria sovranità.

il manifesto, 27 luglio 2021

Monday, November 9, 2020

IT -- Manlio Dinucci -- L’arte della guerra -- La politica estera di Joe Biden

  


L’arte della guerra

 La politica estera di Joe Biden 

Manlio Dinucci

 

ITALIANO  PORTUGUÊS

Quali sono le linee programmatiche di politica estera che Joe Biden attuerà quando si sarà insediato alla Casa Bianca?

Lo ha preannunciato con un dettagliato articolo sulla rivista Foreign Affairs (marzo/aprile 2020), che ha costituito la base della Piattaforma 2020 approvata in agosto dal Partito Democratico.

Il titolo è già eloquente: «Perché l’America deve guidare di nuovo/Salvataggio della politica estera degli Stati uniti dopo Trump».

Biden sintetizza così il suo programma di politica estera: mentre «il presidente Trump ha sminuito, indebolito e abbandonato alleati e partner, e abdicato alla leadership americana, come presidente farò immediatamente passi per rinnovare le alleanze degli Stati uniti, e far sì che l’America, ancora una volta, guidi il mondo».

Ø  Il primo passo sarà quello di rafforzare la Nato, che è «il cuore stesso della sicurezza nazionale degli Stati uniti». A tal fine Biden farà gli «investimenti necessari» perché gli Stati uniti mantengano «la più potente forza militare del mondo» e, allo stesso tempo, farà in modo che «i nostri alleati Nato accrescano la loro spesa per la Difesa» secondo gli impegni già assunti con l’amministrazione Obama-Biden.

Ø  Il secondo passo sarà quello di convocare, nel primo anno di presidenza, un «Summit globale per la democrazia»: vi parteciperanno «le nazioni del mondo libero e le organizzazioni della società civile di tutto il mondo in prima linea nella difesa della democrazia».

Il Summit deciderà una «azione collettiva contro le minacce globali».

Ø  Anzitutto per «contrastare l’aggressione russa, mantenendo affilate le capacità militari dell’Alleanza e imponendo alla Russia reali costi per le sue violazioni delle norme internazionali»;

Ø  allo stesso tempo, per «costruire un fronte unito contro le azioni offensive e le violazioni dei diritti umani da parte della Cina, che sta estendendo la sua portata globale».

Poiché «il mondo non si organizza da sé», sottolinea Biden, gli Stati uniti devono ritornare a «svolgere il ruolo di guida nello scrivere le regole, come hanno fatto per 70 anni sotto i presidenti sia democratici che repubblicani, finché non è arrivato Trump».

Queste sono le linee portanti del programma di politica estera che l’amministrazione Biden si impegna ad attuare. Tale programma – elaborato con la partecipazione di oltre 2.000 consiglieri di politica estera e sicurezza nazionale, organizzati in 20 gruppi di lavoro – non è solo il programma di Biden e del Partito Democratico. Esso è in realtà espressione di un partito trasversale, la cui esistenza è dimostrata dal fatto che le decisioni fondamentali di politica estera, anzitutto quelle relative alle guerre, vengono prese negli Stati uniti su base bipartisan.

Ø  Lo conferma il fatto che oltre 130 alti funzionari repubblicani (sia a riposo che in carica) hanno pubblicato il 20 agosto una dichiarazione di voto contro il repubblicano Trump e a favore del democratico Biden.  Tra questi c’è John Negroponte, nominato dal presidente George W. Bush, nel 2004-2007, prima ambasciatore in Iraq (con il compito di reprimere la resistenza), poi direttore dei servizi segreti Usa.

Lo conferma il fatto che il democratico Biden, allora presidente della Commissione Esteri del Senato, sostenne

nel 2001 la decisione del presidente repubblicano Bush di attaccare e invadere l’Afghanistan e,

nel 2002, promosse una risoluzione bipartisan di 77 senatori che autorizzava il presidente Bush ad attaccare e invadere l’Iraq con l’accusa (poi dimostratasi falsa) che esso possedeva armi di distruzione di massa.

Sempre durante l’amministrazione Bush, quando le forze Usa non riuscivano a controllare l’Iraq occupato, Joe Biden faceva passare al Senato, nel 2007, un piano sul «decentramento dell’Iraq in tre regioni autonome – curda, sunnita e sciita»:

Ø  in altre parole lo smembramento del paese funzionale alla strategia Usa.

Parimenti, quando Joe Biden è stato per due mandati vicepresidente dell’amministrazione Obama, i repubblicani hanno appoggiato le decisioni democratiche

sulla guerra alla Libia,

l’operazione in Siria e

il nuovo confronto con la Russia.

Il partito trasversale, che non appare alle urne, continua a lavorare perché «l’America, ancora una volta, guidi il mondo».

Manlio Dinucci

Il manifesto, 10 novembre 2020

Manlio Dinucci 

Geografo e geopolitologo. Libri più recenti: Laboratorio di geografia, Zanichelli 2014 ; Diario di viaggio, Zanichelli 2017 ; L’arte della guerra / Annali della strategia Usa/Nato 1990-2016, Zambon 2016, Guerra Nucleare. Il Giorno Prima 2017; Diario di guerra Asterios Editores 2018. 

PT -- Manlio Dinuci -- A Arte da Guerra -- A política externa de Joe Biden

  

A Arte da Guerra

 A política externa de Joe Biden 

Manlio Dinucci 


ITALIANO  PORTUGUÊS  

Quais são as linhas do programa de política externa, que Joe Biden irá concretizar quando for empossado para assumir o cargo na Casa Branca?

Anunciou-as com um artigo detalhado, na revista Foreign Affairs (Março/Abril de 2020), que consitituiu a base da Plataforma 2020, aprovada em Agosto pelo Partido Democrata.

O título é, por si, eloquente: "Por que é que a América deve liderar de novo. Resgatar a política externa dos EUA depois de Trump". 

Biden resume, assim, o seu programa de política externa: Embora "o Presidente Trump tenha menosprezado, enfraquecido e abandonado aliados e parceiros e abdicado da liderança americana, como Presidente, darei passos, de imediato, para renovar as alianças dos Estados Unidos e garantir que a América, mais uma vez, lidere o mundo».

 

Ø  O primeiro passo será fortalecer a NATO, que é "o próprio coração da segurança nacional dos Estados Unidos". Para tanto, Biden fará os "investimentos necessários" para que os Estados Unidos mantenham "a força militar mais poderosa do mundo" e, ao mesmo tempo, fá-lo-á de modo que "os nossos aliados da NATO aumentem a sua despesa com a Defesa" de acordo com os compromissos já assumidos com a Administração Obama-Biden.

 

Ø  O segundo passo será convocar, no primeiro ano da presidência, uma "Cimeira Global em prol da Democracia": participarão as nações do mundo livre e as organizações da sociedade civil de todo o mundo, que estão na primeira linha da defesa da democracia".

 A Cimeira decidirá uma «acção colectiva contra a ameaça global».


Ø  Em primeiro lugar, para “conter a agressão russa”, mantendo afiadas as capacidades militares da Aliança e impondo custos reais à Rússia pelas suas violações das normas internacionais";

 

Ø  ao mesmo tempo, para "construir uma frente única contra as acções ofensivas e as violações dos direitos humanos por parte da China, que está a expandir o seu alcance global".

Visto que "o mundo não se organiza por si mesmo", aponta Biden, os Estados Unidos devem voltar a "desempenhar o papel de liderança na redacção das regras, como fizeram durante 70 anos sob os presidentes democratas e republicanos, até à chegada de Trump."

Estas são as linhas principais do programa da política externa que a Administração Biden se compromete concretizar. Este programa - elaborado com a participação de mais de 2.000 conselheiros de política externa e de segurança nacional, organizados em 20 grupos de trabalho - não é unicamente o programa de Biden e do Partido Democrata. Na verdade, é a expressão de um partido transversal, cuja existência é demonstrada pelo facto de que as decisões fundamentais da política externa, sobretudo as relacionadas com as guerras, são tomadas nos Estados Unidos de forma bipartidária.

 

Ø  Confirma-o o facto de que mais de 130 altas patentes republicanas (aposentadas e em funções) publicaram, em 20 de Agosto, uma declaração de voto contra o republicano Trump e a favor do democrata Biden. Entre elas está John Negroponte, nomeado pelo Presidente George W. Bush em 2004-2007, primeiro Embaixador no Iraque (com a tarefa de suprimir a resistência) e, posteriormente, Director dos Serviços Secretos dos Estados Unidos.

 Confirma-o o facto de que o democrata Biden, então presidente da Comissão de Relações Exteriores do Senado, apoiar


Ø  em 2001 a decisão do Presidente republicano Bush de atacar e invadir o Afeganistão e

 

Ø  em 2002, promover uma resolução bipartidária de 77 senadores que autorizava o Presidente Bush a atacar e invadir o Iraque sob a acusação (posteriormente provada falsa) de que possuía armas de destruição em massa.

Sempre durante a Administração Bush, quando as forças USA não conseguiam controlar o Iraque ocupado, Joe Biden fez aprovar no Senado, em 2007, um plano de "descentralização do Iraque em três regiões autónomas - curda, sunita e xiita":

 

Ø  por outras palavras, o desmembramento do país, em função da estratégia dos EUA.

Da mesma forma, quando Joe Biden foi, durante dois mandatos, Vice-Presidente da Administração Obama, os republicanos apoiaram as decisões democráticas sobre


a guerra na Líbia,

 

a operação na Síria e

 

o novo confronto com a Rússia

O partido transversal, que não aparece nas urnas, continua a trabalhar para que “a América, mais uma vez, governe o mundo”.

Manlio Dinucci

il manifesto, 10 de Novembro de 2020 


Manlio Dinucci
Geógrafo e geopolitólogo. Livros mais recentes: Laboratorio di geografia, Zanichelli 2014 ; Diario di viaggio, Zanichelli 2017 ; L’arte della guerra / Annali della strategia Usa/Nato 1990-2016, Zambon 2016, Guerra Nucleare. Il Giorno Prima 2017; Diario di guerra Asterios Editores 2018; Premio internazionale per l'analisi geostrategica atribuído em 7 de Junho de 2019, pelo Club dei giornalisti del Messico, A.C.

Monday, November 2, 2020

PT -- Manlio Dinucci -- A Arte da Guerra -- Fukushima, espalha a pandemial nuclear



A Arte da Guerra

Fukushima espalha a pandemia nuclear

Manlio Dinucci

 

Não é o Covid, mas a notícia passou quase desapercebida: o Japão descarregará no mar mais de um milhão de toneladas de água radioactiva da central nuclear de Fukushima.

O acidente catastrófico de Fukushima foi provocado pelo tsunami que, em 11 de Março de 2011, atingiu a costa nordeste do Japão, submergindo a central e provocando a fusão dos núcleos de três reactores nucleares. A central foi construída na costa somente a 4 metros acima do nível do mar, com diques de protecção de 5 metros de altura, numa área sujeita a tsunami com ondas de 10-15 metros de altura. Além do mais, houve sérias deficiências no controlo das centrais efectuado pela Tepco, a empresa privada que administra a central: no  momento do tsunami, os dispositivos de segurança não entraram em funcionamento.

Para arrefecer o combustível derrretido, foi bombeada água pelos reactores durante anos. A água, que ficou radioactiva, foi armazenada dentro da central em mais de mil tanques enormes, acumulando 1.23 milhões de toneladas. A Tepco está a construir outros tanques mas, em meados de 2022, também estarão cheios.

Devendo continuar a bombear água nos reactores derretidos, a Tepco, de acordo com o governo, decidiu descarregar no mar a água acumulada até agora, depois de tê-la filtrado para torná-la menos radioactiva (porém não se sabe até que ponto) por meio de um processo que durará 30 anos. Também há lodo radioactivo acumulado nos filtros da central de descontaminação e grandes quantidades de solo e outros materiais radioactivos armazenados em milhares de barris de betão.

Como admitiu a própria Tepco, é particularmente grave a fusão ocorrida no reactor 3 carregado com Mox, uma mistura de óxidos de urânio e plutónio, muito mais instável e radioactiva. O Mox para este e outros reactores japoneses foi produzido em França, utilizando escórias nucleares enviadas do Japão.

A organização Greenpeace denunciou os perigos derivados do transporte deste combustível de plutónio ao longo de dezenas de milhares de quilómetros. Denunciou, igualmente, que o Mox favorece a proliferação de armas nucleares, pois o plutónio pode ser extraído com mais facilidade e, no ciclo de exploração do urânio, não há uma linha divisória nítida entre o uso civil e o uso militar do material físsil.

Já se acumularam no mundo (segundo estimativas de 2015), cerca de 240 toneladas de plutónio para uso militar directo e 2.400 toneladas para uso civil com as quais podem ser produzidas armas nucleares, além de cerca de 1.400 toneladas de urânio altamente enriquecido para uso militar.

Bastariam algumas centenas de quilos de plutónio para provocar cancro do pulmão aos 7,7 biliões de habitantes do planeta, e o plutónio permanece letal durante um período correspondente a quase dez mil gerações humanas. Acumulou-se assim um potencial destrutivo capaz de, pela primeira vez na História, fazer desaparecer a espécie humana da face da Terra.

Os bombardeamentos nucleares de Hiroshima e Nagasaki; mais de 2.000 explosões nucleares experimentais na atmosfera, no mar e no subsolo; o fabrico de ogivas nucleares com potência equivalente a mais de um milhão de bombas de Hiroshima; os inúmeros acidentes com armas nucleares e os acidentes ocorridos em centrais nucleares civis e militares, tudo isto provocou uma contaminação radioactiva que afectou centenas de milhões de pessoas.

Uma parte de cerca de 10 milhões de mortes anuais por cancro em todo o mundo - documentadas pela OMS - é atribuída aos efeitos a longo prazo da radiação. Em dez meses - novamente de acordo com dados da Organização Mundial de Saúde - o Covid-19 causou cerca de 1.2 milhões de mortes em todo o mundo. Perigo a não subestimar, mas que não justifica o facto dos meios de comunicação mediática, em especial a televisão, não terem informado que mais de um milhão de toneladas de água radioactiva serão descarregadas no mar da central nuclear de Fukushima, resultando que, ao entrar na cadeia alimentar, aumentará ainda mais as mortes por cancro.

Manlio Dinucci

il manifesto, 03 de Novembro de 2020

 



GUERRA NUCLEARO DIA ANTERIOR

De Hiroshima até hoje: Quem e como nos conduzem à catástrofe

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Manlio Dinucci
Geógrafo e geopolitólogo. Livros mais recentes: Laboratorio di geografia, Zanichelli 2014 ; Diario di viaggio, Zanichelli 2017 ; L’arte della guerra / Annali della strategia Usa/Nato 1990-2016, Zambon 2016, Guerra Nucleare. Il Giorno Prima 2017; Diario di guerra Asterios Editores 2018; Premio internazionale per l'analisi geostrategica atribuído em 7 de Junho de 2019, pelo Club dei giornalisti del Messico, A.C.

Thursday, October 8, 2020

TUR -- Manlio Dinucci -- Ghedi’de F-35’lerin yeni üssü hazırlanıyor

 Ghedi’de F-35’lerin yeni üssü hazırlanıyor

yazan Manlio Dinucci

Amerika Birleşik Devletleri nükleer taarruz gücünü modernize etmeye devam ediyor. İtalya, imzaladığı Nükleer Silahların Yayılmasını Önleme Antlaşması’na aykırı olarak bu silahlardan her geçen daha fazlasını barındırıyor.

VOLTAİRE İLETİŞİM AĞI | ROMA (İTALYA) | 7 EKİM 2020

ESPAÑOL FRANÇAİS İTALİANO




Ghedi (Brescia) askeri havaalanında, İtalyan Hava Kuvvetleri’nin nükleer bombalarla donanmış F-35A avcı uçakları için ana harekat üssünü inşa etme çalışmaları başlıyor. İhaleyi 91 milyon Euro’luk bir teklifle kazanan Bari’deki Matarrese Spa, avcı uçaklarının bakımı için büyük bir hangar (6.000 m2’den fazla) ve uçuş komutanlığı ve uçuş simülatörlerini barındıracak olan « konuşmaların açığa çıkmasını önlemek için » mükemmel bir ısı ve ses yalıtımına sahip küçük bir bina da inşa edecek.

Her biri içerisinde uçuşa hazır avcı uçaklarının bulunacağı 15 adet küçük hangar bulunan iki uçuş hattı gerçekleştirilecektir. Bu, bundan üç yıl önce [1] yayınladığımız şeyi, yani projenin (o zamanlar Savunma Bakanı olan Roberta Pinotti tarafından başlatılan) en az 30 adet F-35A avcı uçağının konuşlandırılmasını öngördüğünü doğrulamaktadır.

PT -- Manlio Dinucci -- A Arte da Guerra -- Em Ghedi, Prepara-se a Nova Base para os F-35 Nucleares

  

Um F-35 em «exibição» na base  aérea de Ghedi, numa foto de Fevereiro deste ano. 


A Arte da Guerra

Em Ghedi, Prepara-se a Nova Base para os F-35 Nucleares

Manlio Dinucci

 FRANÇAIS ITALIANO PORTUGUÊS


No aeroporto militar de Ghedi (Brescia), estão a inciar-se os trabalhos de construção da base operacional mais importante para os caças F-35A da Força Aérea Italiana, armados com bombas nucleares. A empresa Matarrese spa, de Bari, que se adjudicou ao contrato com uma oferta de 91 milhões de euros, vai construir um grande hangar para a manutenção dos caças (mais de 6000 m2) e um edifício que irá albergar o comando e os simuladores de voo, equipado com um isolamento térmico e acústico perfeito, “a fim de evitar fugas de conversas”.

Serão construídas duas linhas de vôo, cada uma com 15 hangares dentro dos quais estarão caças prontos para levantar voo. Isto confirma o que publicámos há três anos (il manifesto, 28 de Novembro de 2017), ou seja, que o projecto (lançado pelo então Ministro da Defesa Pinotti) previa a fixação de, pelo menos, 30 caças F-35A.

A área ultra secreta onde os F-35 estarão instalados, cercados e vigiados, estará separada do resto do aeroporto. O motivo é claro: ao lado dos novos caças, estarão localizadas as novas bombas nucleares USB61-12, em Ghedi, num depósito secreto que não consta do contrato.

Como as actuais bombas nucleares B-61 com as quais estão armados os Tornado PA-200 do 6º Esquadrão, as B61-12 serão controladas pela unidade especial americana (704th Munitions Support Squadron della U.S. Air Force), «responsável pela recepção, armazenamento e manutenção de armas da reserva de guerra USA, destinadas ao 6º Esquadrão da NATO da Força Aérea Italiana». A mesma unidade da Força Aérea dos Estados Unidos tem a função de "apoiar directamente a missão de ataque" do 6º Esquadrão. 

Os pilotos italianos já chegam treinados, nas bases aéreas de Luke, no Arizona, e Eglin, na Flórida, para usar o F-35A também em missões de ataque nuclear, sob comando USA.

Os caças do mesmo tipo, armados ou, de qualquer maneira, que podem vir a ser preparados com as bombas nucleares B61-12, estão albergados na base da Amendola (Foggia), onde já ultrapassaram as 5.000 horas de voo. Além destes, estarão os F-35 da U.S. Air Force, instalados em Aviano com as bombas nuleares B61-12. 

O novo caça F-35A e a nova bomba nuclear B61-12 constituem um sistema integrado de armas: o uso do avião implica o uso da bomba. O Ministro da Defesa, Guerini (PD), confirmou que a Itália mantém o compromisso de comprar 90 caças F-35, 60 dos quais são caças modelo A com capacidade nuclear.

A participação no programa F-35, como parceiro de segundo nível, reforça a ancoragem da Itália aos Estados Unidos. A indústria de guerra italiana, chefiada pela empresa Leonardo que administra a fábrica dos F-35 em Cameri (Novara), está ainda mais integrada no gigantesco complexo militar-industrial dos Estados Unidos, liderado pela Lockheed Martin, a maior indústria de guerra do mundo, construtora dos F-35.

Ao mesmo tempo, a Itália - Estado não nuclear aderente ao Tratado de Não Proliferação que lhe proíbe ter armas nucleares no seu território - desempenha a função cada vez mais perigosa, de base avançada da estratégia nuclear USA/NATO contra a Rússia e contra outros países.

Dado que cada avião pode transportar 2 bombas nucleares B61-12 no porão interno, só os 30 caças F-35 de Ghedi, terão uma capacidade de, pelo menos 60 bombas nucleares. Segundo a Federação de Cientistas Americanos, a nova bomba "táctica" B61-12 para os F-35, que os EUA vão instalar em Itália e noutros países europeus a partir de 2022, sendo mais precisa e estando mais próxima dos seus alvos, "terá a mesma capacidade militar das bombas estratégicas distribuídas nos Estados Unidos ».

Por fim, fica a questão, ainda indefinida, dos custos. O Serviço de Pesquisas do Congresso dos Estados Unidos, em Maio de 2020, estima o preço médio de um F-35 em 108 milhões de dólares, precisando porém, que é "o preço de um avião sem motor", que custa cerca de 22 milhões. Depois de comprar um F-35, ainda que por um preço mais baixo como a Lockheed Martin promete para o futuro, começa a despesa para a sua modernização contínua, para o treino das tripulações e para o seu uso. Uma hora de vôo de um F-35A - documenta a Força Aérea dos Estados Unidos - custa mais de 42.000 dólares. Quer isto dizer que as 5000 horas de voo efectuadas só pelos F-35 de Amendola, custaram aos nossos cofres públicos 180 milhões de euros.

Manlio Dinucci

il manifesto06 de Outubro de 2020


Wednesday, October 7, 2020

IT -- Manlio Dinucci -- L'arte della guerra -- A Ghedi si prepara la nuova base per gli F-35 nucleari

 

Un F-35 in «display» all’Aerobase inuna foto del febbraio scorso


L’arte della guerra

A Ghedi si prepara la nuova base per gli F-35 nucleari

Manlio Dinucci

FRANÇAIS ITALIANO 

Nell’aeroporto militare di Ghedi (Brescia) stanno iniziando i lavori per realizzare la principale base operativa dei caccia F-35A dell’Aeronautica italiana armati di bombe nucleari. La Matarrese spa di Bari, che si è aggiudicata l’appalto con un’offerta di 91 milioni di euro, costruirà un grande hangar per la manutenzione dei caccia (oltre 6000 m2) e una palazzina che ospiterà il comando e i simulatori di volo, dotata di un perfetto isolamento termoacustico «al fine di evitare rivelazioni di conversazioni».

Verranno realizzate due linee di volo, ciascuna con 15 hangaretti al cui interno vi saranno i caccia pronti al decollo.  Ciò conferma quanto pubblicammo tre anni fa (il manifesto, 28 novembre 2017), ossia che il progetto (varato dall’allora ministra della Difesa Pinotti) prevedeva lo schieramento di almeno 30 caccia F-35A.

L’area in cui verranno dislocati gli F-35, recintata e sorvegliata, sarà separata dal resto dell’aeroporto e top secret. Il perché è chiaro: accanto ai nuovi caccia saranno dislocate a Ghedi, in un deposito segreto che non compare nell’appalto, le nuove bombe nucleari statunitensi B61-12.

Come le attuali B-61 di cui sono armati i Tornado PA-200 del 6° Stormo, le B61-12 saranno controllate dalla speciale unità statunitense (704th Munitions Support Squadron della U.S. Air Force), «responsabile del ricevimento, stoccaggio e mantenimento delle armi della riserva bellica Usa destinate al 6° Stormo Nato dell’Aeronautica italiana». La stessa unità dell’Aeronautica Usa ha il compito di «sostenere direttamente la missione di attacco» del 6° Stormo. 

Piloti italiani vengono già addestrati, nelle basi aeree di Luke in Arizona e Eglin in Florida, all’uso degli F-35A anche per missioni di attacco nucleare sotto comando Usa. 

Caccia dello stesso tipo, armati o comunque armabili con le B61-12, sono dislocati nella base di Amendola (Foggia), dove hanno già superato le 5000 ore di volo. Vi saranno, oltre a questi, gli F-35 della U.S. Air Force schierati ad Aviano con le B61-12.

Il nuovo caccia F-35A e la nuova bomba nucleare B61-12 costituiscono un sistema d’arma integrato: l’uso dell’aereo comporta l’uso della bomba.  Il ministro della Difesa Guerini (Pd) ha confermato che l’Italia mantiene l’impegno ad acquistare 90 caccia F-35, di cui 60 di modello A a capacità nucleare.

La partecipazione al programma dell’F-35, quale partner di secondo livello, rafforza l’ancoraggio dell’Italia agli Stati uniti. L’industria bellica italiana, capeggiata dalla Leonardo che gestisce l’impianto degli F-35 a Cameri (Novara), viene ancor più integrata nel gigantesco complesso militare-industriale Usa capeggiato dalla Lockheed Martin, la maggiore industria bellica del mondo, costruttrice dell’F-35.

Allo stesso tempo l’Italia – Stato non-nucleare aderente al Trattato di non-proliferazione che gli vieta di avere armi nucleari sul proprio territorio – svolge la sempre più pericolosa funzione di base avanzata della strategia nucleare Usa/Nato contro la Russia e altri paesi. 

Dato che ciascun aereo può trasportare nella stiva interna 2 B61-12, solo i 30 F-35A di Ghedi avranno una capacità di almeno 60 bombe nucleari. Secondo la Federazione degli scienziati americani, la nuova bomba «tattica» B61-12 per gli F-35, che gli Usa schiereranno in Italia e altri paesi europei dal 2022, essendo più precisa e in posizione ravvicinata agli obiettivi, «avrà la stessa capacità militare delle bombe strategiche dislocate negli Stati uniti».

Vi è infine la questione, ancora indefinita, dei costi. Il Servizio di ricerca del Congresso degli Stati uniti, nel maggio 2020, stima il prezzo medio di un F-35 in 108 milioni di dollari, precisando però che è «il prezzo dell’aereo senza motore», il cui costo è di circa 22 milioni. Una volta acquistato un F-35, anche a prezzo minore come promette per il futuro la Lockheed Martin, inizia la spesa per il suo continuo ammodernamento, per la formazione degli equipaggi e per il suo uso. Un’ora di volo di un F-35A – documenta la US Air Force – costa oltre 42000 dollari. Ciò significa che solo le 5000 ore di volo effettuate dagli F-35 di Amendola sono costate alle nostre casse pubbliche 180 milioni di euro. 

Manlio Dinucci

il manifesto06 ottobre 2020

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What part will your country play in World War III?

By Larry Romanoff

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Discurso do Presidente da Rússia, Vladimir Putin, na manhã do dia 24 de Fevereiro de 2022

Discurso do Presidente da Rússia, Vladimir Putin, Tradução em português




Presidente da Rússia, Vladimir Putin: Cidadãos da Rússia, Amigos,

Considero ser necessário falar hoje, de novo, sobre os trágicos acontecimentos em Donbass e sobre os aspectos mais importantes de garantir a segurança da Rússia.

Começarei com o que disse no meu discurso de 21 de Fevereiro de 2022. Falei sobre as nossas maiores responsabilidades e preocupações e sobre as ameaças fundamentais que os irresponsáveis políticos ocidentais criaram à Rússia de forma continuada, com rudeza e sem cerimónias, de ano para ano. Refiro-me à expansão da NATO para Leste, que está a aproximar cada vez mais as suas infraestruturas militares da fronteira russa.

É um facto que, durante os últimos 30 anos, temos tentado pacientemente chegar a um acordo com os principais países NATO, relativamente aos princípios de uma segurança igual e indivisível, na Europa. Em resposta às nossas propostas, enfrentámos invariavelmente, ou engano cínico e mentiras, ou tentativas de pressão e de chantagem, enquanto a aliança do Atlântico Norte continuou a expandir-se, apesar dos nossos protestos e preocupações. A sua máquina militar está em movimento e, como disse, aproxima-se da nossa fronteira.

Porque é que isto está a acontecer? De onde veio esta forma insolente de falar que atinge o máximo do seu excepcionalismo, infalibilidade e permissividade? Qual é a explicação para esta atitude de desprezo e desdém pelos nossos interesses e exigências absolutamente legítimas?

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(China, France, India, Israel, North Korea, Pakistan, Russia, the United Kingdom and the United States)

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The President of Russia delivered the Address to the Federal Assembly. The ceremony took place at the Manezh Central Exhibition Hall.

January 15, 2020

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GUERRA NUCLEAR: O DIA ANTERIOR

De Hiroshima até hoje: Quem e como nos conduzem à catástrofe

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